GIOVANNI SESIA



Nasce a Magenta (Milano) nel 1955 dove vive e lavora

"Ben poche cose potrei dire io, che mi occupo di fotografia, davanti alle opere poliedriche di Giovanni Sesia. Per lui la fotografia è solo l’occasione e il principio su cui s’innesca tutto l’istinto e la consapevolezza della sua pittura. In fotografia si parla di inquadratura, si parla di “riempire d’azione” ogni parte del rettangolo, qui l’equilibrio è raggiunto con le pennellate e la grafia, segni che creano una danza di pieni e di vuoti in perfetta combinazione. Sapiente manipolazione degli scatti fotografici originari che carica di tensione infinita ogni quadro.

Il risultato è un cortocircuito emotivo: gli sguardi dei suoi sconosciuti come le pieghe dei suoi lenzuoli smuovono vibrazioni che vanno ben oltre il contenuto del quadro. Passa una corrente pericolosa, portatrice di mille domande sull’identità delle persone ritratte o sull’assenza dei “padroni” delle sedie.

Certo è che quando Sesia proponeva le immagini di antiche lastre trovate in un manicomio abbandonato, col pensiero riuscivamo a inserire le vite di quelle persone entro i confini di una, seppur tragica, storia. Riconoscevamo quell’espropriazione dell’identità attraverso la catalogazione numerata dei volti dei “matti”. Allora potevamo ricondurre il nostro cortocircuito al terreno minato della malattia mentale e al suo agghiacciante trattamento da parte della società. In quel caso gli sguardi perduti dei ritratti anonimi si collocavano nella rappresentazione della follia come identità allo sbaraglio.

Ora invece, nel nuovo lavoro “Storie minori” le fotografie provengono da una scatola ritrovata a Napoli, non si capisce chi siano le persone ritratte e perché si siano ritrovate davanti all’obiettivo dell’ignoto fotografo. Alcune possono sembrare un classico ritratto di famiglia, ma altre sono ambientate su sfondi di povertà con abiti dimessi, altre ancora richiamano alla memoria profili carcerari: un campionario di situazioni troppo eterogeneo per azzardare delle ipotesi. Ciononostante il cortocircuito emotivo avviene, anche senza storia, anche senza informazioni chiare, più intenso che mai. Quegli sguardi del nostro Sud penetrano nell’anima e ci chiedono di ricordarli. Sesia li riscatta dall’oblio e ce li porge con rispettoso amore. Ogni volta che recupera delle lastre dalle sue fonti misteriose si studia i negativi e prova a stamparne diversi prima di scegliere il soggetto che finirà nel suo quadro, fa anche congetture sulle foto che vedono gli stessi personaggi in situazioni diverse, fino al punto di affezionarsi a loro o meglio all’idea di loro. Questo legame “affettivo” si vede nelle opere e si sente nella scrittura, portandoci di fronte a un altro spiazzamento della ragione: pur non potendo leggere i segni grafici giustapposti da Sesia, crediamo al loro valore di testimonianza, tra il ricordo e la riflessione, tra il raptus e l’analisi.

Per questo parlo di cortocircuito: non ci sarebbe motivo razionale per sentire quei fremiti per dei perfetti sconosciuti, eppure sembrano figure uscite dal nostro album di famiglia a raccontare chiari e scuri del passato, sembra di sbirciare dentro il diario segreto dei nostri antenati, scoprendo tensioni che non vorremmo conoscere e spiegando ancestrali ragioni che condizionano tuttora il nostro inconscio.

Sesia riesce a portare il tema, a lui caro, del grande enigma dell’identità a un livello così terreno da entrarci nelle viscere o appunto nell’inconscio. Abilmente utilizza i colori caldi della terra, i bruni, l’ocra e poi la ruggine per sottolineare l’umanità di queste figure. Siamo tutti figli della madre terra, i nostri destini, lontani nel tempo e nel luogo, si incrociano per caso attraverso la fotografia, strumento per eccellenza della memoria - anche se poi rimane tutto da interpretare." Enrica Viganò