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MANUEL FELISI - FLOWERS
A CURA DI IVAN QUARONI Manuel Felisi-Flowers Testo di Ivan Quaroni La vita e la morte confluiscono in uno e non c’è né evoluzione né destino, soltanto essere. (Albert Einstein) La ricerca di Manuel Felisi è senza dubbio il risultato di quella rivoluzione copernicana che fu l’arte di Gerhard Richter, l’artista tedesco che forse in modo più originale ha riflettuto sul labile confine tra immagine pittorica e fotografica, tra realtà e rappresentazione. L’opera di Gerhard Richter, unitamente a quella di artisti come Chuck Close e Malcolm Morley, ha rappresentato, secondo Wolfgang Becker, una sorta di preparazione dell’occhio digitale . Il mutato modo di vedere e concepire le immagini pittoriche attraverso il filtro della fotografia, della televisione e dello schermo del computer ha predisposto le nostre percezioni visive all’avvento delle immagini formate da bit. Nel campo della pittura, ciò significa che si è verificata un’ibridazione, almeno a livello sintattico, tra pratiche manuali e nuove metodologie digitali. Per dirla con Nicholas Negroponte, ex direttore del MIT di Boston e autore del famoso bestseller Essere digitali , il cambiamento concerne il passaggio, nel campo delle informazioni, dagli atomi ai bit, ossia la migrazione dall’oggetto materiale a quello immateriale. Nel caso di Manuel Felisi, si compie un felice compromesso tra le insopprimibili necessità del fare tradizionale della pittura e le nuove possibilità offerte dalle tecniche digitali di elaborazione e stampa delle immagini. L’artista milanese descrive il proprio lavoro come una pittura di livelli, costruita attraverso varie stratificazioni di apporti analogici cui viene posta una marcatura finale di natura fotografico-digitale. Il dominio operativo delle sue opere, almeno quelle di natura bidimensionale, è quindi costituito da una zona intermedia, instabile, ma allo stesso tempo potenziale, in cui s’incontrano la pittura, la decorazione, la fotografia e il digitale. I lavori costruiti dall’artista si formano attraverso la successione di molteplici interventi, quali la pittura decorativa, l’inserto di carte da parati e garze, l’apporto di elementi pittorici e gestuali. Su questa base tangibile, atomica direbbe Negroponte, Felisi imprime il segno fotografico, trasformato opportunamente in bit, ossia in un pacchetto d’informazioni assolutamente immateriali. La stampa delle immagini diventa quindi un timbro, un marchio, con il quale è sancita la definitiva invasione della fotografia digitale nel campo tradizionale della pittura. Figlio della Modernità Liquida descritta dal sociologo Zygmunt Bauman, Felisi si muove indifferentemente tra media e tecniche diverse, imbastendo una sorta di sutura tra differenti campi d’indagine. Ciò che è davvero interessante in questa attitudine liquida è l’assenza di prese di posizione ideologiche, è l’assoluta incuranza verso i sistemi gerarchici e ortodossi di ciascuna disciplina. Personalmente trovo fastidiosa e intollerabile l’intransigenza legata all’utilizzo di tecniche e strumenti. La pittura pura, il sublime digitale sono estremi che la società liquido-moderna non ha il tempo di sancire. Mentre usi, abitudini e culture evolvono con inedita rapidità, gli artisti capaci di usare forme d’espressione ibride si preparano a diventare i migliori interpreti del proprio tempo. Questa capacità di adattamento è un elemento strutturale del lavoro di Felisi che, come un moderno surfer, si sposta, scivolando con rara facilità, dalla dimensione statica del quadro o della fotografia a quella tridimensionale e dinamica dell’installazione, spesso concepita come costruzione di un microcosmo in divenire. Nell’immaginario iconografico dell’artista, i fiori sono elementi ricorsivi, si tratti di forme stilizzate di carattere esornativo - come ad esempio quelle impresse con l’uso di stencil o quelle stampate su carte da parati - oppure di immagini fotografiche che donano all’opera un carattere insieme fragile e aggraziato. In ogni caso, i fiori assumono per Manuel Felisi significati diversi secondo la loro collocazione e la loro relazione con le altre immagini dell’opera. Il nuovo progetto di Manuel Felisi, sintomaticamente intitolato Flowers, ruota attorno a questa polarità, a questa congiunzione di opposti. Bellezza e fugacità, splendore e offuscamento, luce e ombra si alternano, fulminei, tra le opere di Felisi, dove è il tema della traccia, della memoria, prende la forma della dissolvenza, dell’allusione, talvolta del monito dolce e affettuoso. “Un cinico”, scriveva lo storico dell’arte americano Russel Lynes, “è uno che quando annusa i fiori cerca intorno la bara”. Manuel Felisi fa esattamente il contrario, evoca la pienezza della vita a partire dalle sue vestigia, dalle impronte e dalle orme che il tempo inesorabile cancella. I suoi volti, i suoi paesaggi, i suoi oggetti dilavati dalla pioggia testimoniano la strenua persistenza della vita e della natura contro ogni avversità. L’artista usa la memoria, la traccia, l’oggetto fuori uso per dimostrare l’incessante movimento dell’esistenza, che s’imprime, talvolta, persino sulle marmoree superfici dei monumenti funebri, sulle indelebili effigi dei defunti, sui francobolli, sulle carcasse di vecchie automobili che, come i fiori, ci trasmettono un senso di bellezza caduca e transitoria. Le piccole tele con l’immagine di un fiore stagliato sullo sfondo di una lapide granitica, sono l’epitome della grazia decidua. Non è il trionfo della morte che Felisi intende celebrare con questi lavori, ma piuttosto la persistenza della natura in tutte le sue forme. Le fotografie, scattate in due diversi cimiteri milanesi, il nobile Monumentale e il periferico camposanto di Lambrate, introducono uno scarto, una variante nel modo d’interpretare e vivere la simbologia visiva dei fiori. Gli scatti del Monumentale hanno un’aria decadente, malinconica. I fiori, come le lapidi, sembrano soffrire l’azione dilavante del tempo. Quelli dello storico sepolcreto sono, infatti, spazi della dimenticanza, più che della memoria. Al confronto, quelli del cimitero di Lambrate sembrano luoghi benedetti, santificati da una improvvisa fioritura. Le lapidi sono pulite, curate. Si legge in esse il segno di un affetto recente, di un amore vivo. I cari estinti risultano più vividi, come i fiori sulle lastre tombali. Noi viventi siamo i loro figli. Figli dei fiori, in qualche modo. Come i ritratti di uomini e donne, cui l’artista associa, per assonanza, le effigi di fiori transitori. Transitori in senso letterale, dal momento che sono stampati su francobolli, a loro volta stampati sui volti di ipotetici viaggiatori, anch’essi per definizione transienti. Con o senza la cura dell’uomo, i fiori, le piante, gli alberi riformano la vita in qualsiasi condizione. È forse questo il senso di Giardinetta, un’installazione in cui l’artista recupera una vecchia automobile Bianchina, trasformandola in un germinaio di nuova vita, creata attraverso un microclima favorevole. L’automobile ha un aspetto dismesso, abbandonato, lo smalto azzurro della carrozzeria è marcato da una leggera texture floreale tono su tono. Il tetto è trasformato in una fioriera pensile con sottili ampolle, destinate ad ospitare fiori dagli steli recisi. Piove, invece, all’interno dell’abitacolo, sorta di sottomondo, di universo interstiziale, dove proliferano i battei e gli organismi pluricellulari delle muffe. Giardinetta è il racconto della forza indomita della natura, che prende il sopravvento anche in una carcassa dell’era industriale, un che nelle mani di Felisi diventa un piccolo esperimento di terraforming. I fiori, dicevamo, sono il fil rouge dei lavori dell’artista e in particolare della serie di ritratti senza nome marchiati dalle più variopinte affrancature floreali. Qui i francobolli con fiori provenienti da tutto il mondo diventano estensioni delle personalità ritratte, attributi simbolici che mirano a ricostruire il linguaggio della florigrafia tanto in voga nell’Ottocento o di quella speciale grammatica affettiva conosciuta dai giapponesi con il nome di Hanakotoba, che attribuiva a ogni fiore un particolare significato. L’artista riesce a infondere in questi volti emergenti da un supposto passato ciò che il filosofo Henri Bergson chiamava élan vital, grazie alla varietà delle specie floreali e ad una ricca tavolozza cromatica, che accosta i pigmenti pittorici al rigore del bianco e nero fotografico. Come afferma l’artista, “Adoro i colori, per questo le mie tele sono zeppe di macchie rosse, di segni gialli, di colature marroni, passaggi di vecchi rulli con decori floreali, stoffe con fiori, carte da parati colorate, garze ambrate incollate che si stratificano sulla pittura”. Lo slancio vitale attraversa ogni aspetto della ricerca dell’artista. Lo si avverte nelle tele, soprattutto nella fragranza organica che precede l'imprinting digitale, in quella materia densa e spessa che con pazienza Felisi appiana, livello dopo livello, come a gettare fondamenta solide sulle quali poi adagiare l’aerea patina delle stampe fotografiche. E lo stesso si può dire delle installazioni, costruiti come fossero microcosmi pulsanti, che includono il tempo, la crescita, la corruzione e infine la trasformazione di tutte le cose. Quelle di cui è fatta la vita.
artista: Manuel Felisi