TROILO Conta fino a dieci



A cura di Luca Beatrice
In realtà, quei tormenti che si attribuiscono al più oscuro inferno, sono tutti qui nella vita.
Lucrezio

Paolo Troilo si autoritrae. Disperato. Si contorce dal dolore. Grida. Lo sguardo allucinato, terrorizzato. L’espressione contrita, deformata. Il corpo seminudo schizza via dallo sfondo neutro della tela e prende vita davanti al nostro sguardo.
Bagnata, densa, sporca, la pittura di Troilo si nutre di tormenti, di dolorosi ricordi e ossessionanti fantasmi, che albergano nella sua mente e viaggiano fino a noi in un transfer che ci mette a dura prova. Cicatrici di vecchie ferite emotive, tracce di eventi sconvolgenti, traumatici, come una perdita improvvisa. Eppure, così noi viviamo, per sempre prendendo congedo (Rainer Maria Rilke).
Freud definì “evento traumatico” per la psiche, un’esperienza singola, o una situazione protratta nel tempo, le cui implicazioni soggettive - idee, cognizioni ed emozioni collegate - risultano superiori alle capacità del soggetto stesso di gestirle o di adeguarvisi. Manifestazione, dunque, di una condizione grave, estrema, straordinaria, collocata idealmente al di fuori delle esperienze comuni e ordinarie. Difficile da superare, impossibile da dimenticare. Quando ci sembra di non riuscire più a reggere, quando vorremmo gettare la maschera, allora, ci hanno insegnato a contare fino a dieci, a prendere tempo. Ci obbliga il cosiddetto sociale, le convenzioni, il buon senso. Per nascondere la sofferenza e asciugare le lacrime, evitando reazioni tanto inopportune quanto autentiche, perché il mondo ci vuole giovani, belli, in forma, abbronzati e soprattutto sorridenti.
Così noi viviamo, impotenti dinnanzi al dolore nostro, infastiditi da quello degli altri, inadeguati comunque nei confronti di quella che chiamiamo realtà.
L’autoritratto serve a Troilo per trasporre sulla tela la propria condizione esistenziale. Il processo artistico facilita l’emergere di esperienze interiori. Nel caso del giovane milanese d’adozione, la pittura offre uno strumento tangibile attraverso cui edificare un ponte tra coscienza e inconscio, tra interiore ed esteriore. L’opera assume così una funzione connettiva. Il processo creativo dà forma a ciò che fino a quel momento era inesprimibile a parole, allenta le tensioni, lenisce le pene, accoglie l’angoscia quando è insostenibile e la restituisce in forma tollerabile. E’ come se l’arte fosse in grado di mettere ordine nell’esperienza emotiva, come se possedesse un’energia equilibrante. La perdita di relazioni con il fuori è compensata dal tentativo di rimpossessarsi del mondo attraverso il fare.
Immergendosi nei processi formali più che inseguendo un risultato preciso, Troilo ha messo a punto una particolare tecnica, meglio una procedura rituale, per la realizzazione dei suoi lavori. Con la mano sinistra tiene una videocamera dallo schermo digitale rivolto verso di sé, come fosse uno specchio, mentre con la destra dipinge “a macchie” il suo doppio. L’immagine filmica si scioglie letteralmente nella pittura, che ingloba così elementi propri della performance –la gestualità inscenata- e della fotografia –il voler fermare, congelare, un istante.
Nelle immagini dipinte sulla tela il protagonista sembra dominato da una violenza emotiva irrefrenabile, quasi una forza oscura che si impossessa di lui all’improvviso e immediatamente si dissolve. Luogo e tempo sono imprecisati. Nessuno sfondo. Troilo diventa attore di un teatro inesistente. Mejerchol’d Vsevolod Emil’evic, attore e regista russo attivo nella prima metà del Novecento, affermava che anche se si toglie al teatro la parola, il costume, la ribalta, le quinte, persino lo stesso edificio teatrale, finché restano l’attore e i suoi movimenti pieni di maestria, il teatro resta teatro. Mezzo espressivo con funzione autopercettiva, il corpo dell’artista allora è l’unico significato dell’opera.
Il lavoro di Troilo affascina soprattutto per le evidenti contraddizioni. La sua pittura si regge su di una struttura a chiasmo: cultura sta a natura come giorno sta a notte. La cultura si basa su convenzioni che la natura libera. Di giorno Paolo Troilo lavora e inventa modelli positivi, accattivanti, slogan, marchi, mentre di notte dipinge, sciogliendo nel bianco, nel nero, nei grigi e nelle macchie, le cose indicibili. Destino comune tra il pittore e il protagonista di un famoso romanzo uscito nel 2000 dell’ex copywriter Frédéric Beigbeder, poi scrittore di successo: 26.900 Lire (99 franchi oggi sarebbero 13,89 euro), ovvero la confessione di un figlio del millennio. L’autore descrive la vita sinistra e alienante di grafico pubblicitario, tutta rivolta a dipingere un mondo ideale e fittizio fatto di bisogni inesistenti. Octave, protagonista del libro e suo alter ego, racconta: Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta ritoccata in Photoshop…Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma. Svincolate dall’obbligo di presentare modelli edificanti, la pittura/la letteratura liberano il doppio senza freni, trascinando autore e pubblico in un gorgo emotivo dove ogni cosa è concessa perché slegata dalla logica.
Una sottile forma di pessimismo antieroico pervade il lavoro di Troilo. In diverse immagini il pittore, ad esempio, si immortala con il Joy Pad della Playstation sugli occhi. Rimando certo alla dimensione virtuale dei videogames, altro luogo del possibile ma non del reale. Poi, in un momento successivo, capace di interpretare il motivo conduttore del nostro tempo: l’incertezza, la paura, la vulnerabilità.